Forse non tutti sono a conoscenza del fatto che l’Universalismo o teoria della riconciliazione finale e, in fase più contemporanea, inclusionismo, sono concetti che hanno accompagnato la storia del Cristianesimo fin dai primi secoli. Tradizionalmente si lascia risalire ad Origene (185-254 D.C.) la prima proposta di questa interpretazione del piano di salvezza.

Cercheremo insieme di capire cosa si intende con questi termini e quale sistema dottrinale si propone di sostenere quest’idea con cui in qualche modo è necessario confrontarsi con necessaria onestà e obiettività.

Chi, come chi scrive, viene da un relativamente lungo viaggio alla scoperta dell’identità di Dio, e di conseguenza di se stesso, non nasconde affatto di essersi lasciato travolgere profondamente e intimamente dalla rivoluzionaria bellezza del Nuovo Testamento e del dono della grazia.

Questa premessa credo sia necessaria per dare, a chi legge quest’articolo, una prospettiva adeguata e va interpretato come un rispettoso tentativo di cercare di capire e, se possibile, trarne qualche elemento chiarificatore utile alla formazione di un giudizio autonomo.

Peraltro, per una di quelle strane circostanze della vita, nell’ultimo anno mi sono trovato, prima a leggere articoli, e poi a confrontarmi direttamente, con diversi sostenitori (in taluni casi peraltro persone a me molto care) della tesi universalista citata in premessa. Ho di recente anche partecipato ad una conferenza per ministri oltreoceano in cui un insegnante molto stimato ha analizzato biblicamente l’argomento e offerto elementi molto interessanti per la riflessione. Per una di quelle non rare ricorrenze della storia, l’interesse verso questa teologia sembra essere in aumento e spesso proprio tra ministri del Vangelo cresciuti e formatisi all’ombra dell’albero della Grazia.

L’argomento principe di tale tesi contiene una notevole forza logica con una notevole presa persuasiva che non sfugge affatto a chi è alla ricerca di un pensiero libero: si potrebbe definire tale argomento “La teoria dei due Adami”.

Sostanzialmente l’idea alla base di tale tesi (possono forse esserci lievi variazioni interpretative) è la seguente: nella sua caduta Adamo ha coinvolto tutta l’umanità con lui. Apparentemente non abbiamo avuto nessuna scelta in merito. Se dunque Gesù salva soltanto coloro che sottostanno al requisito del pentimento e che credono in Lui, allora ciò che è compiuto dal primo Adamo è di fatto più grande di ciò che l’ultimo Adamo è riuscito a fare. Se il primo Adamo include tutti perché l’ultimo soltanto alcuni?

Dato che non è possibile che l’errore sia più forte della soluzione (soprattutto perché in questo caso a progettare la soluzione è Dio) la conclusione logica a cui alcuni giungono è che in qualche modo Gesù ha trovato il modo di includere tutti nel Suo progetto di salvezza e che, volere o volare, ed indipendentemente dalla propria adesione volontaria e deliberata all’offerta della salvezza, Egli ha messo in piedi una macchina che porterà tutti alla destinazione finale: il cielo.

L’idea dell’inclusione varia più nella forma che nella sostanza rispetto alla teoria universalista perché mentre la seconda sostiene che alla fine tutto e tutti i nemici (davvero tutti) saranno riconciliati, la prima afferma che tutti sono già di fatto stati inclusi nella perfetta opera compiuta da Gesù e quindi di fatto sono già a bordo della macchina destinata ad andare verso il cielo. Con una peculiare interpretazione del passo di 2 Cor. 5 :17 si giunge alla conclusione che tutta l’umanità è già rinata spiritualmente da Dio ma solo alcuni ne sono consapevoli. I sostenitori della tesi inclusionista credono che tutti gli uomini hanno già ricevuto lo Spirito di Dio. Semplificando al massimo, sperando di non banalizzare, le due teorie differiscono sul momento in cui si sale sulla macchina della salvezza, macchina che però arriva sempre e comunque alla stessa destinazione.

Chiaramente il passo chiave su cui si fonda tale idea è quello di Romani cap. 5 in cui Paolo mette a confronto la forza delle due opere, quella di Adamo prima e quella di Cristo poi, allo scopo, di dimostrare l’infinita e maggiore grandezza della seconda.

Rom. 5:12 Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte, così la morte si è estesa a tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato; 13 perché, fino a che fu promulgata la legge, il peccato era nel mondo; ora il peccato non è imputato se non vi è legge; 14 ma la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, che è figura di colui che doveva venire. 15 La grazia però non è come la trasgressione; se infatti per la trasgressione di uno solo quei molti sono morti, molto più la grazia di Dio e il dono per la grazia di un uomo, Gesù Cristo, hanno abbondato verso molti altri. 16 Riguardo al dono, non è avvenuto come per quell’uno che ha peccato, perché il giudizio produsse la condanna da una sola trasgressione, ma la grazia produsse la giustificazione da molte trasgressioni. 17 Infatti, se per la trasgressione di quell’uno solo la morte ha regnato a causa di quell’uno, molto di più coloro che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo di quell’uno, che è Gesù Cristo. 18 Per cui, come per una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure con un solo atto di giustizia la grazia si è estesa a tutti gli uomini in giustificazione di vita. 19 Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati costituiti peccatori, così ancora per l’ubbidienza di uno solo i molti saranno costituiti giusti. 20 Or la legge intervenne affinché la trasgressione abbondasse; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata, 21 affinché come il peccato ha regnato nella morte, così anche la grazia regni per la giustizia a vita eterna per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

L’espressione chiave che inevitabilmente sostiene questo argomento è il “molto di più” del verso 17 che appare nella narrazione di Paolo.

Ciò che egli sembra desideroso di comunicare alla chiesa in questo passaggio è che:

  • - l’ultimo Adamo ha compiuto un’opera molto più grande di quella del primo Adamo,
  • - La grazia è più grande del peccato;
  • - Il dono è più grande delle trasgressioni.

L’argomento dei due Adamo però suscita, ad una osservazione più ravvicinata, delle incongruenze rilevanti e che sono, a mio parere, degne di un’attenta considerazione da parte di un osservatore intellettualmente onesto e non dogmaticamente prevenuto.

Vorrei infatti far riflettere sul fatto che accettando la visione universalista proposta dalla citata interpretazione si pongono una serie di problemi che sono enormemente più grandi di quelli che tale tesi presume di risolvere e che invece lascia insoluti.

  • In primo luogo se l’espressione usata da Paolo “quanto più” è usata in termini quantitativi (ovvero la grazia salva tutti gli uomini anche senza il loro consenso alla salvezza) allora essa è incongruente nel senso che, se Gesù si è limitato a vivificare tutti quelli che sono stati uccisi spiritualmente dal peccato, non si tratta di un lavoro più grande in termini numerici ma piuttosto equivalente. In altre parole quanti ne ha uccisi il peccato tanti ne ha vivificati la grazia salvifica. In termini matematici si tratta di un’equivalenza (tanti quanto). In tal caso non è realmente rilevabile nessun “tanto più” nella sua redenzione in quanto Gesù si sarebbe strettamente attenuto alla compensazione di quanto era stato sottratto.
  • Il primo Adamo ha coinvolto l’umanità contro la nostra volontà individuale. In altre parole sarebbe stato commesso un oltraggio alla nostra volontà in quanto noi non avevamo nessuna possibilità di scelta. In un certo senso noi siamo stati coinvolti con violenza dal peccato del primo uomo. Ora, se l’ultimo Adamo ha fatto la stessa cosa nel senso contrario, anche se a fin di bene, significa che all’uomo è stata perpetrata una doppia violenza. Non abbiamo, in nessuno dei due casi, potuto esprimere la nostra opinione. Si potrebbe forse obiettare che il fine giustifica i mezzi ma mi sentirei di rispondere dicendo che due scelte sbagliate non ne producono una giusta. Mi preme anche puntualizzare che nella spiegazione di tale punto ho usato funzionalmente la lettura interpretativa di chi sostiene tale tesi e che però in realtà non mi appartiene in quanto sono personalmente convinto che tutta l’umanità è direttamente e responsabilmente coinvolta nella scelta di Adamo proprio perché tutta l’umanità era in lui rappresentata come capostipite. Semplifico il concetto ulteriormente dicendo che, in realtà, in adamo anch’io ho fatto la mia scelta. Quella di adamo è la scelta non del singolo uomo ma dell’umanità che in lui ha deciso di scegliere la via di un’evoluzione, o meglio pseudo-evoluzione, separata da Dio. Il concetto richiederebbe maggiori spiegazioni per comprendere come sia possibile una cosa del genere ma ci distoglierebbe dall’oggetto della nostra conversazione.
  • Sia coloro che abbracciano l’idea Universalista della salvezza sia coloro che credono nella versione inclusionista fanno uno stretto riferimento in particolare al verso 18 – Per cui, come per una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure con un solo atto di giustizia la grazia si è estesa a tutti gli uomini in giustificazione di vita. D’altronde “tutti” significa “tutti”. La domanda che però mi pongo è: perché Paolo nei versi 15 e 19 cambia terminologia ed usa il termine “molti”?. Anche molti significa molti e di certo non significa tutti. A me sembra che il suo obbiettivo sia piuttosto quello di rendere chiaro che ora, cioè mediante Cristo, il dono della vita è disponibile ed è gratuitamente offerto a tutti gli uomini.
  • La teoria universalista/inclusionista bypassa il prerequisito che Paolo mette in evidenza chiaramente nel verso precedente quando parla del fatto di ricevere l’abbondante dono della grazia di Dio (Romani 5:17). Poiché la grazia è accessibile mediante la fede i non credenti non sono di conseguenza passati dalla morte alla vita (Romani 5.24) pur essendo la salvezza di ogni uomo già inclusa in termini potenziali nell’unico e definitivo sacrificio. La fede, e quindi la scelta, sostanzia e porta nell’esperienza ciò che è incluso ma che aspetta un sì per diventare la mia esperienza di uomo libero.
  • Infine inviterei a fare un esercizio teorico. Avete mai pensato alle implicazioni che deriverebbero a cascata dall’accettazione di tale tesi? Tutto questo comporterebbe il fatto che Dio deve necessariamente aver commesso un errore avendo dato ad Adamo la libertà di scegliere. Poi nel corso della storia dell’umanità ha evidentemente cambiato idea decidendo che quest’affare del libero arbitrio era una cosa che comportava troppi rischi. Lo scenario presentato da quest’idea si trasforma sostanzialmente in una visione un po’ grottesca in quanto il Signore avrebbe dato ad Adamo la libertà di scegliere e, a cascata, di coinvolgere tutti noi in un disastro di conseguenze devastanti; poi, avendo visto il gran disastro provocato, decide di revocare questa libertà di scelta e di conseguenza io e te, che abbiamo avuto libertà di parola nel metterci nei guai, non abbiamo però più scelta in merito alla nostra salvezza e al nostro destino eterno che, evidentemente, è stato in qualche modo predestinato da Lui. Se tutto ciò fosse vero sarebbero inevitabili una serie di implicazioni a cascata:
  1. io e te non siamo mai stati uomini liberi,
  2. significa inoltre che Dio può commettere errori,
  3. significa che Dio non ha alcuna fiducia in te, cosa non da poco, soprattutto se si considera che nella logica universalista questa dottrina avrebbe anche il merito di riscattare l’immagine di Dio (il salvare tutti indipendente dalla propria scelta è infatti – secondo tale logica – la garanzia finale dell’amore di Dio.

Un Dio che non ha fiducia è una persona sospettosa che ha un’agenda nascosta e che non si fida. Se ciò fosse vero Egli rinnegherebbe, di fatto, una delle caratteristiche dell’amore puro che Paolo ha descritto in 1 Cor. 13 quando afferma che “l’amore non sospetta il male”. Viene difficile immaginare che Dio – che si definisce amore – chieda a noi uomini di amare gli altri con un amore puro (quindi senza sospettare il male) mentre Lui guarda noi in maniera sospettosa. Mi chiedo come fa ad essere considerata questa una buona notizia?

Si rivelerebbe quindi una crepa importante nel carattere di Dio che ne violerebbe totalmente la credibilità. E’ difficile infatti immaginare che Dio abbia considerato così sacra la volontà umana nella prima scelta della Genesi e poi annullarla del tutto nella seconda per la redenzione. A quel punto la sua giustizia verrebbe ad essere violata in uno scenario così paradossale che gli uomini potrebbero sfidarne l’integrità e la coerenza. In una ipotetica discussione tra Dio e l’uomo quest’ultimo potrebbe additare Dio e sfidarne la giustizia.

C’è poi forse la principale questione irrisolta, che ha un enorme significato per le implicazioni che comporta, mi riferisco al tema della libertà umana. Come si risolve la questione della compatibilità tra libertà e amore prendendo per buona la tesi universalista? In altre parole, come può un Dio che si definisce amore, e non lo fa solo accademicamente o lo dice solo per mezzo dei profeti, ma che nella sostanza di Suo Figlio dimostra in maniera inequivocabile di costruire relazioni con gli uomini basate sulla libertà e sul rispetto della scelta (vuoi essere guarito…. ve ne volete andare anche voi?… Seguimi… etc.), amare l’uomo incondizionatamente senza lasciare a quest’ultimo la scelta di corrispondere tale amore? La mia non è una articolata risposta filosofica quanto piuttosto una semplice constatazione della impossibile convivenza tra il controllo e il vero amore.

Come si risolve dunque il frainteso sul reale significato dell’espressione “molto di più”. Se proviamo a spostare il baricentro della nostra attenzione dalla dimensione quantitativa a quella qualitativa di ciò che il sacrificio di Cristo comporta, il passo citato di Paolo acquista un significato coerente.

Gesù non è soltanto venuto ad annullare le conseguenze di ciò che è stato compiuto da Adamo (in tal caso Gesù si sarebbe limitato a rimettere a posto le terribili conseguenze di un errore non compiuto da lui). L’elemento straordinario e totalmente nuovo introdotto dal Suo sacrificio è il fatto di mettere a disposizione dell’umanità intera ciò che Adamo non ha mai posseduto, ovvero la vita stessa di Dio.

Anche l’ultimo dei nati di nuovo (cronologicamente parlando) ha qualcosa che Adamo non ha mai sperimentato nella pienezza non avendo egli mangiato dell’albero della VITA: ricevere Gesù significa infatti che Cristo diventa la nostra VITA, (Col. 3:4 Quando Cristo che è la nostra vita apparirà, allora anche voi apparirete con lui in gloria).

Quello che Gesù ha fatto ci ha dato quello che Adamo non ha mai avuto. Questo è il “molto di più”.

Non si tratta solo di annullare il peccato ma di stabilire la VITA di Dio in unione con l’uomo. Giov. 14:20 “In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e che voi siete in me ed io in voi”. Questa preghiera è un “molto di più” di dimensioni rivoluzionarie.

Non è tanto una questione di peccato. La salvezza, e ciò che il perfetto sacrificio di Gesù permette, è molto di più che un semplice eliminare il problema del peccato annidato nella natura umana. La Salvezza contiene un elemento “misterioso” di una portata tale che nessuno avrebbe mai immaginato nelle sue implicazioni e che i profeti hanno solo intravisto attraverso il vetro opaco della profezia (cfr. Ezechiele 11:19).

E’ ciò che rivela Paolo con la stessa difficoltà di chi si spinge ai limiti delle possibilità del linguaggio umano quando annuncia alla chiesa di Colosse al cap. 1: “25… di cui sono stato fatto ministro, secondo l’incarico che Dio mi ha affidato per voi, per presentare compiutamente la parola di Dio, 26 il mistero che fu tenuto nascosto per le passate età e generazioni, ma che ora è stato manifestato ai suoi santi, 27 ai quali Dio ha voluto far conoscere quali siano le ricchezze della gloria di questo mistero fra i gentili, che è Cristo in voi, speranza di gloria…”

Cristo in noi, ovvero la nostra unione con Lui che diventa la nostra Vita, è molto di più della soluzione al problema del peccato che ha infettato l’umanità.

Ecco perché rimane la possibilità di scegliere dall’albero della Vita. In Cristo si ripropone all’umanità la stessa scelta di Adamo: la scelta di confidare in Dio credendolo amico e non antagonista o la scelta di non fidarsi di Lui. In tal modo riceviamo la vita che Dio ci offre o ci condanniamo alla separazione che il peccato sempre produce. Nessuno è davvero perso a causa dell’incredulità di Adamo ma attraverso la propria.

Dando all’uomo la possibilità di scegliere Dio ha corso un rischio enorme che alla fine sarebbe costato la Sua stessa Vita. Lo ha fatto perché rimanesse per sempre impresso nella storia dell’umanità che per quanto lo riguarda Egli ha preferito morire piuttosto che vivere senza di noi. Le parole mancano per descrivere quest’amore.

E’ nella natura di chi ama il desiderio di esser contraccambiato e ciò richiede una scelta. Funziona così. Non può semplicemente essere imposto. Neanche Dio può.

Ecco perché il Vangelo non è la brutta notizia del Dio burattinaio che stanco di giocare tira i fili e rimette i suoi pupazzi nella cassetta dei suoi giochi dopo aver determinato il nostro destino. Il Vangelo rimane la gioiosa notizia che Dio è buono, che ti ama e che vuole condividere la Sua vita con te per sempre.


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